La benedizione delle candele della Candelora: luce, fede e tradizione in un rito antico che unisce cielo e terra nel cuore dell’inverno
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Quando febbraio stringe la terra nel suo pugno gelido e il giorno guadagna luce con pudore, quasi chiedendo permesso, la Chiesa accende una fiamma antica. È la Candelora, un rito che non ha bisogno di clamore, perché parla sottovoce: basta una candela, basta una mano che la regge, basta il buio intorno. La benedizione delle candele è uno dei gesti più antichi e suggestivi della tradizione cristiana, un gesto semplice, umile, che trasforma la luce in preghiera e il fuoco in promessa. Accendere una fiamma, in questo giorno, non è solo un atto simbolico: è un modo di dire io credo che la notte non abbia l’ultima parola.

La Candelora: storia e curiosità
La Candelora, storia di una festa dalle grandi suggestioni che affonda le sue radici in riti precristiani legati…
La Candelora cade il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il Natale. È il tempo in cui Maria e Giuseppe salgono al tempio per compiere ciò che la Legge prescriveva: la presentazione del primogenito e la purificazione della madre. Ma come spesso accade nei Vangeli, l’obbedienza alla Legge diventa occasione di rivelazione. In quel gesto apparentemente ordinario si apre uno squarcio di eterno. Simeone, vecchio e stanco di attese, prende Gesù tra le braccia. Anna, profetessa, riconosce ciò che altri non vedono. Non servono segni spettacolari: basta lo sguardo di chi ha imparato ad aspettare. È allora che risuonano parole che attraversano i secoli: luce per illuminare le genti. Non una luce che acceca, ma una luce che accompagna, che rischiara i passi incerti, che resta accesa anche quando tutto intorno sembra spegnersi. Ed è questa luce a dare il tono alla Candelora. Le candele benedette non sono semplici oggetti di cera e stoppino. Sono memoria viva di Cristo, luce entrata nel mondo senza fare rumore, capace però di scardinare le tenebre più ostinate.

Presentazione di Gesù al tempio fino alla festa della Candelora
Il 2 febbraio si festeggia la presentazione di Gesù al tempio. Conosciuta anche come festa della purificazione…
Ma perché proprio le candele?
Perché il fuoco, molto prima di diventare simbolo cristiano, era già parte del linguaggio dell’uomo, un alfabeto primordiale, comprensibile a tutti. Nell’antica Roma, in questo tempo di passaggio si celebravano feste dedicate alla purificazione: la città veniva attraversata da uomini e donne con fiaccole accese, in una corsa rituale che prendeva il nome di februatio. Il fuoco non serviva a distruggere, ma a mondare, a preparare, a scacciare ciò che apparteneva all’inverno dell’anima. Al centro di queste celebrazioni c’era Giunone, venerata anche come Lucina, dea della luce e protettrice delle partorienti.
La Chiesa dei primi secoli non operò una cancellazione brutale di questi riti antichi. Fece qualcosa di più sottile e duraturo: li attraversò, li prese per mano, li svuotò del loro significato superstizioso e li colmò di una luce nuova. Dove prima c’era il timore degli dèi, mise la fiducia. Dove c’era il gesto magico, mise la preghiera. Ciò che era ritenuto superstizione venne trasformato in atto di pietà cristiana. Il fuoco rimase, ma cambiò volto.
Già nel VII secolo, a Roma, la Candelora era celebrata con una processione notturna. I fedeli, provenienti dalle diverse parrocchie, si muovevano lentamente nella città addormentata, ceri accesi tra le mani. Confluivano verso Santa Maria Maggiore come un unico corpo luminoso, un fiume di piccole fiamme che fendono il buio. Non era solo una processione: era la realizzazione di una visione, la fede come cammino, la luce come compagna.

Secondo la tradizione, le candele benedette durante la Candelora venivano poi portate a casa e conservate con cura dai fedeli. Si accendevano per placare l’ira divina durante i violenti temporali, quando la furia degli elementi sembrava minacciare la vita stessa. Ardevano nell’attesa angosciosa di una persona che non tornava o che si pensava fosse in grave pericolo. Illuminavano le stanze quando si assisteva un moribondo, accompagnando il passaggio dalla vita terrena all’eternità. Venivano accese durante le epidemie o durante i parti difficili, quando la vita nuova faticava a venire alla luce. In tutti questi momenti cruciali, la fiamma della candela benedetta diventava preghiera visibile, invocazione silenziosa dell’aiuto divino.
Un ponte tra cielo e terra, tra inverno e primavera
La Candelora cade in un tempo sospeso. Non appartiene del tutto all’inverno, ma non è ancora primavera. È una soglia, un passaggio, un respiro trattenuto. Nel cielo, l’inverno è ancora sovrano. Eppure, nel ritmo più antico, quello dei campi, delle radici, dei semi nascosti, qualcosa ha già cominciato a muoversi. La linfa si prepara. La luce ritorna, timida, ma ostinata.
Nelle tradizioni alpine e medievali, il protagonista di questo giorno era l’orso. Il 2 febbraio, secondo la credenza popolare, l’orso usciva dalla tana per scrutare il cielo. Se trovava bel tempo e vedeva la propria ombra, rientrava a dormire: l’inverno non era finito. Se invece il cielo era coperto, restava fuori: la primavera era vicina. Non era superstizione ingenua, ma osservazione paziente del ritmo naturale. Con l’emigrazione europea verso il Nuovo Mondo, questa antica credenza attraversò l’oceano e cambiò volto. L’orso lasciò il posto alla marmotta, dando vita al Giorno della Marmotta che ancora oggi, il 2 febbraio, ripete lo stesso gesto simbolico. Cambiano i nomi, cambiano gli animali, ma il cuore del rito resta identico.
La sapienza popolare lo ha sempre saputo: questo non è un giorno qualunque.
Quando vien la Candelora, de l’inverno semo fora; ma se piove o tira vento, de l’inverno semo dentro.
Il proverbio parla del tempo, ma racconta molto di più. Racconta l’attesa, il timore di sperare troppo presto, la prudenza di chi sa che la luce va accolta con rispetto.
In questo contesto, la benedizione delle candele acquista un significato ancora più profondo. La fiamma accesa tra le mani non è solo memoria di Cristo, ma riflesso del sole che ritorna, promessa di un calore che verrà. Come la natura attraversa il freddo per prepararsi al risveglio, così l’uomo attraversa il buio per essere purificato.
La Candelora insegna che la luce non irrompe all’improvviso: cresce, avanza, conquista terreno.
E quando finalmente arriva la primavera, nella terra e nel cuore, non è un miracolo improvviso, ma il frutto di un’attesa fedele, vegliata come una fiamma, anche nei giorni più freddi.

Proverbi sulla Candelora le tradizioni legate alla festività
I proverbi sulla Candelora appartengono al patrimonio folkloristico del nostro paese, ma attingono anche…
La preghiera della Candelora
Ancora oggi, la benedizione delle candele conserva una bellezza che non ha bisogno di essere spiegata. Basta vederla, viverla. I fedeli si radunano fuori dalla chiesa principale, o in una cappella più piccola, stringendo tra le mani candele già accese. Piccole fiamme che tremano nell’aria fredda, come se anche loro sapessero di essere chiamate a qualcosa. Il sacerdote indossa i paramenti bianchi della festa: il colore della luce piena, della rivelazione, dell’attesa che si compie.

L’antifona di apertura rompe il silenzio con parole che sembrano venire da lontano:
Il Signore nostro Dio verrà con potenza, e illuminerà il suo popolo. Alleluia.
Non è un annuncio urlato. È una certezza sussurrata.
Poi il celebrante invita l’assemblea a fermarsi un istante, a comprendere. Ricorda che sono passati quaranta giorni dal Natale. Che Maria e Giuseppe salgono al tempio portando con sé un bambino. Che quel gesto, apparentemente umile e dovuto, è in realtà un incontro atteso da secoli. E anche noi siamo qui per questo: per andare incontro a Cristo, per riconoscerlo, per lasciarci sorprendere.

La preghiera della Candelora risuona a mani giunte, con una solennità che non è rigida, ma densa:
O Dio, fonte e principio di ogni luce,
che oggi hai rivelato al santo vecchio Simeone
il Cristo, vera luce di tutte le genti,
benedici questi ceri e ascolta le preghiere del tuo popolo,
che viene incontro a te
con questi segni luminosi e con inni di lode;
guidalo sulla via del bene,
perché giunga alla luce che non ha fine.
Per Cristo nostro Signore.
Amen
In queste parole si raccoglie tutta la teologia della Candelora: Dio come sorgente, Cristo come luce resa visibile, l’uomo come viandante che non cammina al buio. Le candele non sono talismani. Sono segni poveri e potentissimi insieme.
Dopo la benedizione, la processione si mette in cammino. I fedeli avanzano lentamente verso l’altare, candele accese tra le mani, cantando. È un gesto semplice, quasi elementare, eppure carico di memoria: Maria e Giuseppe che salgono al tempio, Simeone che va incontro alla promessa, un popolo intero che si muove verso la luce invece di aspettarla seduto.
Come abbiamo visto anche nei nostri approfondimenti dedicati alle curiosità sulla Candelora e alla Presentazione di Gesù al Tempio, questa festa è una soglia, un punto d’incontro raro, dove tradizioni antichissime e fede cristiana non si scontrano, ma si riconoscono. E camminano insieme, tenendo accesa una fiamma che non chiede di essere grande. Solo di non spegnersi.

















